Pareri

Sabato, 31 Agosto 2019

 

PARERI DI DOCENTI UNIVERSITARI 

autorità

In sintesi dicono tutti:"giusto ma difficile, impossibile". MA NESSUNO, PROPRIO NESSUNO, CONTINUA LA DISCUSSIONE!!!!!

Gentile Sig. Fogliato, l'idea è senz'altro buona, anche se in generale le sanzioni dovrebbero avere un riferimento materiale reale. Chi più ha meno sente la penalizzazione delle sanzioni a somma fissa. Tuttavia l'applicabilità effettiva di questa regola deve scontare alcuni dati di fatto: il primo è che chi ha molto tende ad usare strumenti che lo salvano da tutta una serie di penalizzazioni. Si pensi alle auto aziendali: in autostrada vengo sempre superato da macchinoni che come minimo vanno a 180 kmh! Pagheranno le multe rilevate dai tutor? E se sì chi le pagherà? Il guidatore (forse un manager superpagato) oppure l'azienda che gli dà il benefit dell'auto aziendale? in tal caso saremmo tutti noi a pagare attraverso un livello dei prezzi più elevato... Il Suo principio sarebbe giusto, ma l'applicazione sarebbe immediata preda delle varie lobby. Cordiali saluti. Prof. Fulvio Coltorti Università Cattolica del Sacro Cuore Milano e alto Dirigente Banca Mediobanca

Egregio signor Fogliato, i temi relativi alla pena non consentono risposte semplici. Cordialmente. Giovanni Manca

Buongiorno, L'idea mi sembra segua un principio giusto. Molto più complicata credo la sua applicazione.  Cordialmente, Charlie Barnao

Gentilissimo, La ringrazio, trovo il dibattito interessante e giusto sollevare il problema. Non mi occupo tuttavia di queste tematiche, La prego di scusarmi se non intervengo. Cordialità. MLC

La ringrazio Maurizio ma non sono iscritto a Facebook nè ho intenzione di farlo.Grazie comunque.

Buongiorno.Il tema è sicuramente interessante e meriterebbe di essere approfondito, anche alla luce delle soluzioni adottate da altri Paesi europei e della giurisprudenza costituzionale. Il periodo, però, non è dei migliori a causa delle ultime scadenze, accademiche e professionali, che mi separano dalle agognate ferie. Non escludo, però, di farlo più in là. Con i migliori saluti. Fabio Saitta

Salve, Forse non ho capito bene il concetto. Tu pensi che la punizione per un'infrazione della legge dovrebbe essere proporzionata al reddito del colpevole? Non ci ho mai pensato, non essendo uno che si occupa di legge. Ma, mettiamo che la punizione per un determinato reato non fosse considerata in termini economici ma in anni di galera. Non vedo la logica grazie alla quale il ricco dovrebbe essere punito più del povero. Primo punto. Secondo punto, mi pare (ma qui mi rimetto alle opinioni di chi ne sa più di me, cioé gli avvocati ed altri specialisti in materia) che, quando si tratta di pene concepite in termini di denaro, si prende in considerazione anche il patrimonio dell'imputato, Seguirò con interesse il dibattito su facebook, cordialmente, Douglas Ponton

Caro Fogliato, è un'idea certamente ragionevole. Saluti. Lc Luigi Caranti

Nessun disturbo. Mi potrebbe anticipare di cosa si tratta, chi é lei, perché lo fa, come mi ha trovato e che apporto si immagina possa dare? Grazie. Prof. Massa

Gentile Sig. Fogliato, grazie per l ´attenzione. Purtroppo non la posso seguire su un tema che vedo l´appassiona. Non rientra nelle mie competenze. Auguri per il futuro. Un caro saluto Alberto Krali

Buongiorno. Non sono in grado di dare un parere qualificato, perché occorrerebbe essere esperti di diritto penale, diritto tributario, diritto costituzionale e scienze delle finanze, laddove io insegno diritto privato. Da cittadino che ha semplicemente alle spalle studi giuridici, quindi, mi limito a dirle due cose: come Lei sa, l'idea è già stata attuata in altri Paesi (fra cui quelli del Nord Europa e la Svizzera) - l'idea non incontrerebbe ostacoli di recepimento nel sistema giuridico italiano. Anzi, si potrebbe sostenere che le sanzioni amministrative pecuniarie sono equiparabili ai tributi (come in effetti lo sono, a cominciare dall'identità dell'Ente preposto alla riscossione), sicché troverebbe applicazione il principio c.d. di progressività, stabilito dall'art. 53 della Costituzione (secondo cui le imposte devono determinare un depauperamento più che proporzionale rispetto all'aumentare della base imponibile). Mi scuso se Le avrò probabilmente riferito cose su cui Lei ha già avuto modo di riflettere. Con i miei saluti più cordiali, Arturo Maniaci

Gent.mo dott. Fogliato, purtroppo è una tematica sulla quale non ho mai svolto riflessioni di carattere scientifico e mi rammarico di non poterle dare il parere che mi ha richiesto. Augurandole di portare a termine nel migliore dei modi il suo progetto di ricerca, le invio i miei migliori saluti. Ciro Caccavale

Egregio Dottore, La ringrazio molto per essersi rivolto a me. La questione è molto rilevante, soprattutto in tempi di crisi. Ritengo, peraltro, che qualora si desideri ottenere un parere tecnico, lo stesso vada rivolto ad esperti delle relative discipline (dunque, prima di tutto ai penalisti), che analizzeranno il problema in modo equo tenendo presente sia il principio costituzionale di uguaglianza sostanziale che la funzione preventiva e rieducativa delle sanzioni. Un cordiale saluto, Susanna Quadri 

Gent. mo sig. Fogliato, a dire il vero il sistema penale già impone di commisurare la sanzione pecuniaria tenendo conto anche delle condizioni economiche del reo (art. 133 bis c.p.), ossia non solo il reddito, ma anche il patrimonio. In modo più raffinato, il d. lgs. 231/2001, art. 10 e 11, ha previsto un modello commisurativo per quote ispirato all'esperienza straniera (non solo Finlandia, ma anche Svezia, Danimarca, Germania, Francia, Spagna, Portogallo), che consente di distinguere il piano della gravità dell'illecito (numero delle quote) da quello delle condizioni economiche e patrimoniali dell'ente (valore della quota): l'importo della sanzione è dato dalla moltiplicazione del numero delle quote per il valore stabilito. Infine, l'art. 53, comma 2, l. 689/1981 prevede un analogo meccanismo per le pene pecuniarie inflitte in sostituzione di pene detentive. Cordialmente, Gianluca Gentile

Effettivamente non vi è una logica precisa del sistema di determinazione delle sanzioni tributarie . Le sanzioni nel nostro ordinamento sono proporzionate quasi unicamente all’ammontare dell’imposta evasa. Non rilevano, se non marginalmente ed eventualmente in sede penale, altri elementi come la gravità del comportamento o l’afflittività, derivante dal carico complessivo richiesto e la mancanza di recidiva. Per tali ragioni andrebbe rispettato maggiormente il principio di proporzionalità elaborato a livello europeo e richiamato dalla nostra giurisprudenza, che consente di adeguare le sanzioni all’obiettivo perseguito dal legislatore che dovrebbe essere quello preventivo più che repressivo . Fabrizio Amatucci    

Gentile Signore,

la ringrazio della opportunità, ma purtroppo sono alle prese con una scadenza impegnativa e ravvicinata.

Mi piacciono tutte le persone impegnate. Complimenti e saluti. Francesco Marco De Martino

La invito a leggere la recente riforma c.d. Orlando, dello scorso agosto: troverà spunti in questo senso, con riguardo specifico alla conversione delle pene detentive in quelle pecuniarie. Infatti, in genere le fattispecie penali sono corredate di pene pecuniarie decisamente basse, mentre la vera sanzione è quella detentiva; con la conseguenza che le pene pecuniarie alte, alla fine, sono solo quelle “convertite”. Diverso è il discorso della confisca “per equivalente” che oggi sta diventando la vera è più efficace “sanzione” penale, nonostante il codice la consideri misura di sicurezza reale. Distinti saluti. Prof. Avv. Alfonso Furgiuele

Caro dottore, Grazie del suo messaggio, ma per motivi professionali non esprimo pareri su questioni di diritto internazionale che non sono oggetto di una mia personale attività di ricerca.  Le faccio tanti auguri per la diffusione delle sue idee. Cordialmente. Massimo I. Iovane

Non è solo questo ma di certo non dice cose insensate. Grazie per la mail. La saluto. Antonio Nappi

Gentile sig. Fogliato, mi spiace deludere le sue attese, ma non mi sento di esprimere il parere che lei mi chiede così cortesemente, in quanto, pur essendo un docente di diritto canonico e un operatore del diritto, non sono in ordine al quesito che lei mi pone particolarmente competente. D'altronde, nella grande disciplina del diritto sussistono dei settori specifici, che esigono un altrettanto specifica competenza. Esprimersi in maniera generica non apporterebbe nessun contributi all'approfondimento che lei meritoriamente sta portando avanti. Confidando nella sua comprensione, porgo fraterni saluti ed auguri di buon lavoro. P. Luigi

Gentilissimo, La ringrazio per il messaggio ma non è un tema di cui mi occupo e quindi non mi sento di darle una risposta come accademico. La saluto ed in bocca al lupo con le sue ricerche, Giovanni Zarra

Gentile Maurizio scusa se mi permetto di rivolgermi senza formalità, per condividere un pensiero che mi solleciti: "il tema della giustizia, come è evidente oramai non solo tra gli esperti ma anche nell'opinione pubblica, si è andato con il tempo complicando in tutti gli ambiti, da quelli pubblici nei settori penale e fiscale, agli ambiti privati, nei rapporti tra imprese, vicini o familiari. Cambiano le normative che prevedono diritti e doveri, ma soprattutto i contesti dove attuarli e le modalità per farli rispettare. Ma non si riesce a garantire la giustizia, soprattutto se viene applicata solo in forme autoritative e rigide, legate alla tradizione punitiva. Per tanti versi, la giustizia deterrente, quella che minaccia la reazione dell'autorità pubblica che arriva a privare i cittadini del bene supremo, la vita o la libertà personale, si dimostra inadeguata in molti casi, poiché non riesce a imporre il rispetto delle regole fondamentali di convivenza e rispetto. Se si analizzano i dati su chi finisce in carcere, per un verso, i "colletti bianchi" che delinquono quasi mai sono imprigionati, malgrado le condanne inflitte. Le pene carcerarie sono appannaggio delle fasce più povere, che non dispongono di adeguati mezzi di difesa. Per giunta, neppure la funzione rieducativa della pena detentiva funziona, in quanto lungi dal reinserire il condannato nella società, lo si emargina sempre di più, avviandolo spesso a una "carriera delinquenziale". Da più parti, si sostiene la necessità di intervenire sulla leva economica, che è la principale motivazione dell'azione e soprattutto dell'organizzazione criminale, per sottrarre i patrimoni o i guadagni illeciti. E' questa una linea di azione che, tra l'altro, è stata applicata anche in Italia per il contrato ai fenomeni mafiosi mediante la confisca dei beni e anche per condotte illecite contro la pubblica amministrazione. E' una via da percorrere e sviluppare. Da più parti, tuttavia, si sottolinea la necessità di passare a una giustizia restaurativa, ossia che più che nella sanzione, quale che essa sia, insiste nell'azione del reo di ripristinare la legalità, rimediando al danno cagionato alla società e alla vittima. In questo modo, l'infrazione è l'occasione per rinsaldare la socialità della convivenza, mediante l'attuazione di programmi di utilità sociale a servizio del prossimo. Anche in Italia, finalmente, partono questi meccanismi di sospensione del processo e messa alla prova della persona accusata di avere commesso dei fatti illeciti. E' una via necessaria, anche se osteggiata da una certa opinione pubblica "giustizialista" che spesso specula sulla minaccia del carcere per ragioni di sicurezza. Infine, sul piano privatistico, da tempo, da decisione autoritaria del giudice, organo dello Stato monopolista della giustizia, si dimostra inadeguata a gestire la complessità dei conflitti. basti pensare alle società complesse e multiculturali, sempre più globalizzate, nelle quali l'applicazione giudiziale della norma, spesso desueta e controversa, non garantisce tutela. Si afferma un meccanismo di giustizia civile, non più incentrato sulla litigation, ossia contrapposizione davanti al giudice, ma sulla negotiation, ossia sulla composizione negoziata degli interessi. Tra questi sistemi, segnalo la mediazione, quale sistema di composizione amichevole dei conflitti affidato a un terzo che assiste le parti nella ricerca di un accordo amichevole, che ponga fine al conflitto e rinsaldi la coesione familiare, economica e sociale. In conclusione, abbiamo bisogno di tante forme di giustizia, tutte rispettose delle norme, ma che operano con meccanismi differenti, a seconda de contesti e delle situazioni. Non è però più possibile delegare al carcere, ma neppure alla sola autorità giudiziaria l'attuazione della giustizia, l'intera società e i suoi componenti devono farsi parte attiva affinché sia preservata la legalità e, in caso di violazione, si contribuisca a superare il conflitto con le misure più appropriate. La giustizia non si subisce, insomma, si deve insieme realizzare.      Mi scusi, se sono stato lungo, ma ha sollecitato una mia riflessione più ampia su un tema che mi appassiona e che vorrei sviluppare a livello transnazionale, buona giornata Carlo Pilia Università di Cagliari